Quando si parla di transfer pricing, l’attenzione tende spesso a concentrarsi sul risultato finale: il margine applicato, il mark-up, il livello di redditività che emerge dal benchmark.
Eppure, come ricordano due recenti articoli di stampa dedicati al tema, un calcolo può essere numericamente corretto ma metodologicamente sbagliato. E in questi casi, per il Fisco e per i giudici, il numero perde di significato.
Il messaggio è semplice, ma tutt’altro che banale: nel transfer pricing non conta solo il risultato, conta soprattutto il percorso che porta a quel risultato.
Il metodo del profit split: non una scorciatoia, ma una scelta impegnativa
Uno dei temi centrali emersi riguarda l’uso del metodo del profit split, spesso percepito – a torto – come una soluzione “neutrale” per gestire operazioni infragruppo complesse.
In realtà, il profit split non è un metodo jolly.
Le Linee Guida OCSE lo riservano a situazioni molto specifiche: quelle in cui le imprese del gruppo sono fortemente integrate, contribuiscono congiuntamente alla creazione del valore e utilizzano asset immateriali unici, difficilmente valutabili separatamente.
La giurisprudenza più recente ribadisce un concetto chiave:
il profit split è appropriato solo quando le prestazioni delle parti sono talmente intrecciate da non poter essere analizzate singolarmente.
Questo significa che non basta:
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appartenere allo stesso gruppo;
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condividere un software, una piattaforma o una struttura organizzativa;
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svolgere attività coordinate.
Serve qualcosa di più: una vera integrazione economica, in cui il valore nasce dalla combinazione delle attività, non dalla semplice somma delle stesse.
Integrazione non significa automaticamente profit split
Un passaggio particolarmente interessante riguarda il ruolo delle funzioni svolte dalle diverse società del gruppo.
La Corte osserva che, anche in presenza di servizi informatici, di sviluppo software o di supporto tecnico, le funzioni possono restare distintamente valutabili.
Se una società sviluppa il software, un’altra lo implementa e un’altra ancora lo commercializza, non è affatto scontato che si debba procedere a una ripartizione degli utili.
In questi casi, metodi come il TNMM (Transactional Net Margin Method) o il CUP (Comparable Uncontrolled Price) possono risultare più coerenti, perché consentono di attribuire il valore in funzione delle attività effettivamente svolte e dei rischi assunti.
Il profit split, invece, richiede un salto di qualità nell’analisi: dimostrare che nessuna delle parti, da sola, sarebbe in grado di generare quel risultato economico.
Le banche dati: un dettaglio solo apparente
Il secondo articolo affronta un tema spesso sottovalutato ma cruciale nelle verifiche fiscali: l’uso delle banche dati.
Non tutte le banche dati sono uguali, e soprattutto non tutte le versioni sono utilizzabili indistintamente.
La giurisprudenza ha chiarito che l’Amministrazione finanziaria non può basare una rettifica su dati che non erano disponibili al momento in cui il prezzo è stato determinato.
In altre parole, il confronto deve essere fatto:
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con informazioni ragionevolmente disponibili “ex ante”;
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non con dati aggiornati “ex post”, che tengono conto di eventi successivi o di bilanci approvati anni dopo.
Questo aspetto, apparentemente tecnico, ha un impatto enorme: un’analisi comparativa costruita su basi temporali errate rischia di essere radicalmente inattendibile.
Cosa ci insegnano queste pronunce
Il filo rosso che unisce questi contributi è chiaro: il transfer pricing non è un esercizio meccanico, ma un processo logico e documentale.
Per le imprese, il messaggio è forte:
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scegliere un metodo “difendibile” è più importante che ottenere un certo livello di marginalità;
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una documentazione coerente vale più di un benchmark sofisticato ma fragile.
Per i professionisti, la lezione è altrettanto netta:
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la vera difesa si gioca sull’analisi funzionale, sulla scelta del metodo e sulla coerenza dell’impianto complessivo;
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il numero finale è solo l’ultimo anello della catena.
Conclusione
In un contesto di crescente attenzione sul transfer pricing, emerge con forza un principio che dovrebbe guidare imprese e advisor:
prima di chiedersi “quanto”, bisogna chiedersi “come”.
Il metodo del profit split resta uno strumento potente, ma va utilizzato con cautela, solo quando le condizioni lo giustificano davvero.
Allo stesso modo, le banche dati non sono un semplice supporto tecnico, ma parte integrante della correttezza metodologica.
Perché, come dimostrano le più recenti pronunce, un transfer pricing sbagliato nel metodo è sbagliato anche se i numeri sembrano giusti.