La holding non serve per pagare meno tasse

La holding può essere uno straordinario strumento di crescita e protezione patrimoniale. Ma se viene costituita esclusivamente per ragioni fiscali, rischia di trasformarsi in un costo anziché in un’opportunità.

Perché molti imprenditori partono dalla domanda sbagliata

Negli ultimi anni la holding è diventata una sorta di parola magica.

Basta partecipare a un convegno, guardare qualche video sui social o confrontarsi con altri imprenditori per sentirsi dire che la soluzione a molti problemi è semplice: costituire una holding.

La conversazione, nella mia esperienza professionale, inizia quasi sempre allo stesso modo.

“Dottore, sto valutando una holding.”

Alla mia domanda sul perché, la risposta è spesso immediata:

“Per pagare meno tasse.”

Ed è proprio qui che nasce il primo equivoco.

La holding non nasce per pagare meno tasse.

Nasce per organizzare meglio un patrimonio, governare un gruppo di imprese, pianificare investimenti, proteggere asset strategici e preparare il futuro dell’impresa.

La fiscalità rappresenta una conseguenza della strategia.

Non dovrebbe mai esserne il presupposto.

Il mito del famoso 1,2%

Uno degli argomenti più utilizzati per promuovere le holding è il cosiddetto “1,2%”.

Chi opera nel settore sa bene a cosa ci si riferisce.

L’art. 89 del TUIR prevede infatti che, in presenza di determinati requisiti, il 95% dei dividendi percepiti da una società soggetta ad IRES sia escluso dalla formazione del reddito imponibile.

Tradotto in termini pratici, solo una quota residuale del dividendo concorre alla formazione del reddito imponibile della holding.

Da qui nasce la convinzione che attraverso una holding si possano quasi azzerare le imposte sugli utili.

La realtà è più articolata.

Se gli utili rimangono all’interno della struttura societaria e vengono reinvestiti in nuove attività, acquisizioni, immobili, startup o progetti di sviluppo, il meccanismo può risultare estremamente efficiente.

Se invece l’obiettivo finale è distribuire rapidamente tali risorse alla persona fisica, il vantaggio si riduce sensibilmente e il ragionamento deve essere valutato nel suo complesso.

Le imposte non spariscono.

Semplicemente si collocano in un diverso momento del ciclo economico e finanziario.

Per questo motivo ritengo sempre pericoloso valutare una holding esclusivamente sulla base del beneficio fiscale.

La fiscalità è importante, ma rappresenta soltanto una delle variabili del progetto.

Ogni holding ha un costo

Esiste poi un aspetto che raramente viene evidenziato.

Una holding significa una società in più.

E una società in più comporta inevitabilmente:

  • una contabilità in più;
  • un bilancio in più;
  • dichiarazioni fiscali aggiuntive;
  • libri sociali;
  • assemblee;
  • adempimenti amministrativi;
  • attività di governance;
  • consulenza professionale continuativa.

In altre parole, una holding ha un costo economico e organizzativo.

Se non svolge una funzione reale rischia di trasformarsi in un semplice contenitore vuoto che genera adempimenti senza produrre valore.

Prima di costituire una holding occorre quindi chiedersi quale problema si stia realmente cercando di risolvere.

Quando una holding può avere davvero senso

Esistono invece numerose situazioni nelle quali una holding può rappresentare una scelta strategica estremamente efficace.

Penso agli imprenditori che possiedono più aziende operative e desiderano governarle in modo coordinato.

Oppure a chi vuole separare il patrimonio immobiliare dall’attività industriale o commerciale.

Ancora, alle famiglie imprenditoriali che iniziano a pianificare il passaggio generazionale e desiderano evitare che la frammentazione delle quote possa compromettere la continuità aziendale.

In altri casi la holding permette di accogliere nuovi investitori senza intervenire direttamente sulle società operative.

Oppure di effettuare acquisizioni attraverso una struttura centralizzata.

Oppure ancora di reinvestire gli utili prodotti dalle società del gruppo in nuovi progetti imprenditoriali.

In tutte queste circostanze la holding non è una moda.

Diventa uno strumento di governo dell’impresa.

Ed è proprio in queste situazioni che i benefici fiscali assumono un significato concreto, perché si inseriscono all’interno di una logica economica e patrimoniale più ampia.

Non esiste solo l’articolo 89 del TUIR

Quando si affronta il tema delle holding si tende a concentrare tutta l’attenzione sui dividendi.

In realtà il legislatore ha previsto ulteriori strumenti che possono assumere rilevanza nella gestione di un gruppo societario.

Tra questi merita certamente una menzione il regime della Participation Exemption (PEX), disciplinato dall’art. 87 del TUIR, che consente, al ricorrere di specifici requisiti, l’esenzione del 95% delle plusvalenze realizzate dalla cessione di partecipazioni.

Anche in questo caso il beneficio fiscale non rappresenta l’obiettivo dell’operazione.

Rappresenta piuttosto un elemento che favorisce processi di crescita, aggregazione, riorganizzazione e valorizzazione delle imprese.

La differenza può sembrare sottile.

In realtà è sostanziale.

Le holding più efficienti nascono quasi sempre da una strategia imprenditoriale.

Quelle meno efficaci nascono spesso da una simulazione fiscale.

La vera domanda che dovrebbe porsi un imprenditore

Quando un cliente mi chiede se convenga costituire una holding, raramente parto dalla fiscalità.

Preferisco fare altre domande.

Quali sono i suoi obiettivi nei prossimi cinque o dieci anni?

Vuole acquisire nuove aziende?

Vuole proteggere immobili o marchi?

Sta pianificando l’ingresso di soci finanziatori?

Vuole preparare il passaggio generazionale?

Intende reinvestire gli utili oppure distribuirli?

Le risposte a queste domande valgono molto di più di qualsiasi simulazione fiscale.

Perché una holding efficace nasce sempre da una strategia.

Mai dal desiderio di inseguire un presunto risparmio tributario.

Prima la strategia. Poi la fiscalità.

Nella mia attività professionale ho visto holding estremamente efficienti generare valore per decenni.

Ma ho visto anche holding costituite senza una reale necessità, diventare semplicemente un costo aggiuntivo.

La differenza non dipende dalla normativa fiscale.

Dipende dalla qualità del progetto imprenditoriale.

Le strutture societarie non si costruiscono per pagare meno tasse.

Si costruiscono per gestire meglio il patrimonio, il rischio e la crescita.

Quando la strategia è corretta, la fiscalità arriva quasi sempre come naturale conseguenza.

Quando invece manca una visione imprenditoriale, nessuna holding sarà in grado di compensarla.

Ed è forse questa la vera domanda che ogni imprenditore dovrebbe porsi prima di costituirne una:

“Ho bisogno di una holding oppure sto semplicemente cercando un modo per pagare meno imposte?”

La risposta, molto spesso, determina il successo o l’inutilità dell’intera operazione.

Un ultimo consiglio

Se qualcuno ti propone una holding partendo esclusivamente dal risparmio fiscale, probabilmente non ti sta raccontando tutta la storia.

Se invece la discussione parte dagli obiettivi della tua impresa, dalla protezione del patrimonio, dalla crescita del gruppo, dall’ingresso di nuovi soci o dal passaggio generazionale, allora sei probabilmente sulla strada giusta.

Ogni impresa ha una storia diversa.

Ogni imprenditore ha esigenze diverse.

E ogni architettura societaria dovrebbe essere progettata partendo dagli obiettivi che si vogliono raggiungere, non dagli strumenti che si desidera utilizzare.

Per questo motivo, prima di costituire una holding, è opportuno effettuare una valutazione complessiva degli aspetti societari, patrimoniali, fiscali e strategici dell’operazione.

Semplify my Business assiste imprenditori, gruppi societari e famiglie imprenditoriali nella progettazione di strutture di governance efficienti e sostenibili nel tempo, affiancandoli nella definizione dell’assetto più coerente con gli obiettivi di crescita, protezione patrimoniale e sviluppo dell’impresa.

Prima la strategia. Poi la struttura. Infine la fiscalità.