Il valore non è un numero: cosa ci insegna il nuovo PIV 2026

“Quando un imprenditore mi chiede quanto vale la sua azienda, la mia risposta è quasi sempre la stessa: prima di parlare di numeri, dobbiamo capire perché dovrebbe valere quella cifra.”

 

Nei giorni scorsi ho letto con interesse il resoconto del meeting tecnico Acova dedicato al nuovo PIV 2026 – Principi Italiani di Valutazione.

Confesso che, da advisor che quotidianamente si occupa di operazioni straordinarie, startup innovative, acquisizioni, perizie e ricerca di investitori, la sensazione è stata quella di trovarmi di fronte a qualcosa di più di un semplice aggiornamento normativo.

Dietro le modifiche che stanno emergendo c’è infatti un messaggio molto chiaro: il mercato chiede valutazioni più credibili, più trasparenti e maggiormente allineate agli standard internazionali.

E, a mio avviso, è una buona notizia.

Il valore non è un numero

Negli ultimi anni ho assistito a numerose discussioni tra soci, investitori, imprenditori e istituti di credito.

Molto spesso il confronto partiva da una domanda apparentemente semplice:

“Quanto vale l’azienda?”

In realtà la domanda corretta sarebbe:

“Perché vale quella cifra?”

La differenza è enorme.

Il valore non nasce da una formula matematica o da un multiplo preso da una banca dati. Nasce dalla capacità di dimostrare che l’impresa è in grado di generare risultati futuri e che le ipotesi utilizzate per stimarli sono ragionevoli, documentate e verificabili.

È proprio qui che il PIV 2026 sembra voler intervenire.

Più attenzione alla qualità delle informazioni

Chi si occupa di valutazioni sa bene che il problema raramente è il metodo.

I metodi sono noti da anni.

Il vero problema è la qualità dei dati che vengono utilizzati.

Business plan costruiti in modo superficiale, previsioni poco realistiche, documentazione incompleta, asset immateriali privi di adeguata evidenza: sono situazioni che incontriamo frequentemente.

Le indicazioni emerse dal meeting sembrano andare nella direzione opposta.

Meno spazio all’improvvisazione e maggiore attenzione alla coerenza delle informazioni che stanno alla base della valutazione.

In altre parole, non sarà sufficiente arrivare ad un valore finale: sarà necessario spiegare e giustificare il percorso che ha portato a quel risultato.

Un linguaggio comune con investitori e mercato

Un altro aspetto che considero particolarmente importante riguarda il progressivo allineamento agli standard internazionali.

Oggi molte aziende italiane cercano capitali, dialogano con fondi di investimento o operano su mercati sempre più globali.

In questi contesti una valutazione deve essere comprensibile e credibile anche per chi si trova fuori dai confini nazionali.

Parlare un linguaggio comune significa ridurre le incomprensioni e aumentare la fiducia degli investitori.

E la fiducia, soprattutto quando si cercano capitali, ha un valore enorme.

Le conseguenze per le imprese

Credo che le aziende debbano leggere questa evoluzione come un’opportunità.

Chi dispone di bilanci ordinati, adeguati assetti organizzativi, sistemi di controllo efficaci e una pianificazione credibile sarà inevitabilmente avvantaggiato.

Sempre più spesso il valore di un’impresa non dipende soltanto dai beni materiali presenti in bilancio.

Marchi, brevetti, software, know-how, sostenibilità, capacità organizzativa e qualità del management rappresentano una parte crescente del patrimonio aziendale.

Ma questi elementi devono essere documentati e dimostrati.

Non basta dichiararli.

Una riflessione finale

Da anni sostengo che il tema della valutazione non dovrebbe emergere soltanto quando si vende un’azienda o quando entra un investitore.

La costruzione del valore è un processo continuo.

Inizia molto prima.

Inizia dall’organizzazione aziendale, dalla qualità delle informazioni, dalla pianificazione e dalla capacità di trasformare un’idea imprenditoriale in risultati misurabili.

Per questo motivo considero il PIV 2026 un passaggio importante.

Non perché cambierà una formula di calcolo.

Ma perché contribuirà a diffondere una cultura della valutazione più moderna, più rigorosa e più vicina a ciò che oggi il mercato realmente richiede.

E, probabilmente, era proprio ciò di cui avevamo bisogno.