Quando si affronta una valutazione d’azienda, l’ingresso di un investitore o un’operazione di acquisizione, la prima domanda è sempre la stessa: qual è il patrimonio dell’impresa?
La risposta sembra scontata. Immobili, impianti, magazzino, disponibilità finanziarie.
È il patrimonio che il bilancio rappresenta e che, da sempre, costituisce il punto di partenza di qualsiasi analisi.
Sempre più spesso, però, non è sufficiente.
Non è raro osservare aziende con patrimoni materiali molto simili ma con valori profondamente diversi. La differenza non è negli immobili o nei macchinari, ma in elementi molto meno visibili: un software sviluppato internamente, una banca dati costruita negli anni, procedure organizzative efficienti, sistemi informativi, documentazione tecnica o, più semplicemente, un patrimonio di conoscenze che l’impresa ha saputo trasformare in metodo di lavoro.
È questo che oggi viene comunemente definito patrimonio digitale.
Ma cosa si intende realmente per patrimonio digitale?
L’espressione è relativamente recente e non trova una definizione univoca nel nostro ordinamento, ma il concetto è piuttosto semplice.
Non si tratta soltanto di software, piattaforme o strumenti di intelligenza artificiale. Il patrimonio digitale comprende tutte quelle risorse che l’impresa ha costruito nel tempo e che contribuiscono concretamente alla sua capacità di creare valore: banche dati, procedure organizzative, sistemi informativi, archivi tecnici, configuratori, algoritmi e, più in generale, il patrimonio di conoscenze che l’azienda è riuscita a trasformare in organizzazione e metodo di lavoro.
Ciò che accomuna queste risorse non è la tecnologia, ma il loro contributo all’attività dell’impresa. Sono beni che migliorano l’efficienza, rendono i processi più affidabili, favoriscono la crescita e rappresentano un vantaggio competitivo spesso difficile da replicare.
È proprio per questo che, pur non trovando sempre una rappresentazione completa nel bilancio, assumono un’importanza crescente nelle valutazioni d’azienda, nelle operazioni straordinarie e nelle attività di due diligence.
Il bilancio rappresenta il patrimonio. Non sempre ne spiega il valore.
Questa distinzione è fondamentale.
Il bilancio continua ad essere il riferimento di qualsiasi analisi aziendale. L’articolo 2423 del Codice Civile gli attribuisce il compito di rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale, economica e finanziaria della società. Gli articoli 2424 e 2426 ne disciplinano struttura e criteri di valutazione, mentre l’OIC 24 e lo IAS 38 regolano il trattamento contabile delle attività immateriali.
Queste norme sono indispensabili.
Il loro obiettivo, però, è rappresentare correttamente il patrimonio secondo criteri contabili.
Una valutazione d’azienda segue una logica diversa.
Chi investe, finanzia o acquisisce un’impresa cerca di comprendere quali siano gli elementi che le consentiranno di continuare a produrre reddito nel tempo. È proprio in questa prospettiva che il patrimonio digitale assume un ruolo sempre più rilevante.
Il valore non è nella tecnologia
Uno degli equivoci più frequenti è pensare che il valore risieda nel software o nella tecnologia utilizzata.
In realtà il software è soltanto uno strumento.
Il vero valore è costituito dall’esperienza, dalle informazioni e dall’organizzazione che l’impresa è riuscita a costruire attraverso quello strumento.
Due aziende possono utilizzare lo stesso gestionale e ottenere risultati completamente diversi. Non cambia il programma, ma il modo in cui è stato configurato, alimentato con i dati aziendali e integrato nei processi operativi.
È qui che nasce il vantaggio competitivo.
Ed è per questo che, nelle attività di due diligence, l’attenzione si concentra sempre più spesso sulla titolarità del software, sulla qualità delle banche dati, sulla documentazione delle procedure e, più in generale, sulla capacità dell’impresa di dimostrare che queste risorse costituiscono realmente parte del proprio patrimonio.
Un patrimonio che va riconosciuto prima ancora che valutato
Prima di chiedersi quanto possa valere un software o una banca dati, credo sia opportuno porsi una domanda diversa.
Queste risorse sono realmente patrimonio dell’impresa?
Molte aziende utilizzano quotidianamente strumenti che rappresentano un importante vantaggio competitivo senza averne piena consapevolezza. Non sempre ne hanno disciplinato la titolarità, documentato lo sviluppo o organizzato la gestione.
Eppure è proprio da questi aspetti che dipende, sempre più spesso, una parte del valore aziendale.
La valutazione economica viene dopo.
I principi contabili stabiliscono quando un’attività immateriale possa essere iscritta in bilancio; gli standard internazionali di valutazione, come l’IVS 210 dedicato ai beni immateriali, aiutano invece a comprenderne il contributo al valore dell’impresa.
Sono prospettive diverse, ma complementari.
Una riflessione finale
Per molti anni il patrimonio aziendale è stato identificato quasi esclusivamente con ciò che potevamo vedere: immobili, impianti, macchinari e magazzino.
Oggi queste componenti continuano ad essere fondamentali, ma non bastano più, da sole, a spiegare il valore di un’impresa.
Sempre più spesso la differenza nasce da ciò che l’azienda ha costruito nel tempo: dati, procedure, software, organizzazione e conoscenze.
Non è una questione tecnologica.
È un diverso modo di leggere l’impresa.
Ed è probabilmente questa la riflessione più importante.
Prima ancora di investire in nuove tecnologie, vale la pena chiedersi se l’azienda abbia già costruito un patrimonio digitale e, soprattutto, se ne sia realmente consapevole.
Nella mia esperienza il problema non è stabilire quanto valga un software. Il problema è che molte imprese non hanno ancora compreso che quel software, insieme alle informazioni e ai processi che incorpora, è già parte del loro patrimonio.
Perché è difficile valorizzare ciò che non si conosce e ancora più difficile proteggere ciò che non si è mai considerato parte del patrimonio dell’impresa.