Negli ultimi trent’anni ho avuto l’opportunità di osservare il rapporto tra imprese, banche e strumenti di garanzia da prospettive molto diverse. Per questo ho letto con particolare interesse l’articolo pubblicato oggi da Il Sole 24 Ore dedicato alla riforma del Fondo di Garanzia per le PMI.
Al di là dei dettagli tecnici, che saranno oggetto di approfondimento quando il provvedimento sarà definitivamente operativo, credo che il messaggio di fondo sia molto chiaro: l’accesso al credito deve tornare a fondarsi principalmente sulla qualità dell’impresa e sulla sua capacità di dimostrare solidità, organizzazione e prospettive di sviluppo. La garanzia pubblica rimane uno strumento fondamentale, ma non può rappresentare l’elemento principale sul quale costruire una decisione di credito.
È una direzione che condivido.
Negli ultimi anni il Fondo di Garanzia ha svolto un ruolo essenziale per il sistema produttivo italiano. Durante la pandemia ha consentito a migliaia di imprese di ottenere la liquidità necessaria per affrontare una situazione eccezionale. Sarebbe ingiusto dimenticare quanto abbia contribuito a sostenere il tessuto economico del Paese.
Oggi, però, il contesto è profondamente cambiato. È quindi naturale che l’attenzione torni progressivamente a concentrarsi sulla capacità dell’impresa di creare valore, pianificare il proprio sviluppo e presentarsi al sistema bancario con basi economiche, finanziarie e organizzative solide.
Un tema che seguo da molti anni
Il rapporto tra imprese, credito e strumenti di garanzia accompagna gran parte del mio percorso professionale.
Ho avuto la fortuna di contribuire allo sviluppo del sistema dei Confidi, osservandone da vicino l’evoluzione e il ruolo svolto a sostegno delle piccole e medie imprese. A questo tema dedicai, molti anni fa, una pubblicazione sul ruolo dei Confidi nello sviluppo del sistema economico.
Rileggendo oggi quelle riflessioni, ritrovo un principio che considero ancora pienamente attuale: la garanzia può facilitare l’accesso al credito, ma non può sostituire la qualità dell’impresa.
Può ridurre il rischio per chi finanzia, può agevolare una decisione, ma non potrà mai compensare un’organizzazione carente, una pianificazione assente o una gestione incapace di conoscere tempestivamente i propri equilibri economici e finanziari.
Per questo motivo ho accolto con interesse la riforma annunciata. Non perché confermi una mia convinzione, ma perché va nella direzione che ho sempre ritenuto più utile per le imprese: rafforzarne la struttura, prima ancora di facilitarne l’accesso al credito.
Gli adeguati assetti rappresentano un’opportunità
Negli ultimi anni ho scelto di dedicare una parte sempre più significativa della mia attività professionale agli adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili, alla pianificazione finanziaria e alla consulenza direzionale.
Non è stata una scelta casuale.
Ho sempre ritenuto che gli adeguati assetti non dovessero essere interpretati come un ulteriore adempimento normativo, ma come un vero strumento di gestione.
Un’impresa che pianifica i propri flussi finanziari, monitora gli equilibri economici e patrimoniali, dispone di un’organizzazione adeguata e conosce tempestivamente i propri indicatori è un’impresa che affronta il mercato con maggiore consapevolezza. Ed è anche un’impresa che dialoga con maggiore credibilità con banche, investitori e Confidi.
Per questo considero la riforma del Fondo di Garanzia coerente con il percorso che il legislatore ha avviato negli ultimi anni: promuovere una cultura della prevenzione, della pianificazione e della buona governance.
Cambia anche il ruolo del professionista
Questa evoluzione riguarda inevitabilmente anche noi professionisti.
Per molti anni il rapporto con il credito è iniziato nel momento in cui emergeva un’esigenza finanziaria: un mutuo, un affidamento, una garanzia.
Oggi credo che il nostro compito debba essere diverso.
Dobbiamo aiutare gli imprenditori a costruire imprese più organizzate, più trasparenti e più consapevoli, affinché il dialogo con il sistema bancario non inizi quando serve un finanziamento, ma sia il naturale risultato di un percorso di crescita costruito nel tempo.
È questa, a mio avviso, la vera evoluzione della consulenza: accompagnare l’impresa nella costruzione della propria credibilità, prima ancora che nella ricerca delle risorse finanziarie.
Una riflessione finale
La riforma del Fondo di Garanzia non va letta soltanto come una modifica delle percentuali di copertura o dei criteri di accesso.
Credo rappresenti soprattutto un cambiamento culturale.
Le garanzie pubbliche continueranno ad avere un ruolo fondamentale, così come continueranno ad averlo i Confidi, che hanno rappresentato e rappresentano un presidio importante per il sostegno alle piccole e medie imprese.
Ma il futuro dell’accesso al credito dipenderà sempre di più dalla qualità delle imprese, dalla loro capacità di pianificare, di organizzarsi e di dimostrare la sostenibilità dei propri progetti.
Come professionista, questa è la direzione che condivido e che cerco di tradurre ogni giorno nel mio lavoro accanto agli imprenditori.
Perché, in definitiva, il modo migliore per favorire l’accesso al credito non è aumentare le garanzie disponibili.
È aiutare le imprese a diventare imprese migliori.