Come si fa entrare davvero un investitore in una startup (senza complicarsi la vita dopo)

C’è un momento preciso in ogni startup in cui le cose cambiano.

All’inizio si parla di idea, di progetto, di opportunità.
Si ragiona, si immagina, si costruisce.

Poi, a un certo punto, arriva la domanda vera:

“Ok, ma adesso servono risorse. Come facciamo entrare qualcuno?”

Ed è lì che, nella mia esperienza, iniziano gli errori più costosi.

Non subito.
Quasi mai si vedono all’inizio.

Ma arrivano dopo. Sempre.

La tentazione più forte: fare veloce

Quando si arriva a quel punto, la priorità è chiudere.

Trovare qualcuno disposto a investire, mettere le basi e andare avanti.

E quindi si cercano soluzioni rapide.

Negli ultimi anni si sente spesso parlare di strumenti “più semplici” rispetto al classico aumento di capitale.
Magari li hai già sentiti nominare:

  • accordi che prevedono che l’investitore metta oggi i soldi e riceva le quote più avanti
  • finanziamenti che si trasformeranno in partecipazioni in futuro
  • strumenti un po’ ibridi, a metà tra debito e capitale

Sono soluzioni assolutamente legittime.
E, in molti casi, anche utili.

Il problema non è lo strumento.

Il problema è perché lo si sceglie.

“Rimandiamo la valutazione”: la frase che sento più spesso

C’è una frase che torna sempre:

 “Adesso non ha senso discutere quanto vale la società, lo vedremo più avanti”

Ed è vero.

All’inizio dare un valore a una startup è complicato, a volte quasi arbitrario.

E quindi si decide di rimandare.

L’investitore entra oggi, e si stabilisce che riceverà le quote in un momento successivo, quando ci saranno elementi più solidi per fare una valutazione.

Fin qui, tutto corretto.

Il punto è che quella decisione non elimina il problema.

 Lo sposta nel tempo.

E quando arriva quel momento, spesso la situazione è più complessa di prima.

Quando le cose iniziano a complicarsi

All’inizio è tutto semplice.

C’è un accordo tra poche persone, c’è fiducia, c’è flessibilità.

Poi succede qualcosa di inevitabile:

entra un altro investitore
oppure si apre un round più strutturato
oppure qualcuno guarda davvero la società per valutarla

E lì si passa da una logica “interna” a una logica “esterna”.

E cambiano le regole.

Quello che prima funzionava perché tutti erano d’accordo,
ora deve essere comprensibile anche a chi arriva da fuori.

E qui emergono le prime difficoltà.

Le scelte fatte all’inizio… tornano sempre

In quella fase iniziale, per chiudere velocemente, si prendono spesso decisioni che sembrano piccole:

  • si promettono condizioni favorevoli a chi entra per primo
  • si fissano parametri senza pensarci troppo
  • si fanno più accordi simili, uno dopo l’altro

Nulla di grave, preso singolarmente.

Ma nel tempo si accumulano.

E quando arriva il momento di “mettere ordine”, ci si accorge che la struttura non è più così lineare.

Non è un problema teorico.

È molto concreto:

più la struttura è difficile da leggere, più è difficile da finanziare

Un passaggio che molti sottovalutano

C’è una cosa che vedo succedere spesso.

Quando si costruisce un’operazione, la si costruisce pensando alle persone coinvolte in quel momento.

È normale.

Ma una startup, se funziona, è destinata a crescere.
E quindi a far entrare nuove persone.

E quelle persone non c’erano all’inizio.

Non conoscono la storia.
Non sanno perché certe scelte sono state fatte.

Vedono solo il risultato.

E se quel risultato è poco chiaro, si fermano.

Non è una questione di strumenti

Qui è importante essere molto chiari.

Non esiste uno strumento “giusto” in assoluto.

Non è che una soluzione sia migliore delle altre per definizione.

Tutto dipende dal contesto:

  • chi sta investendo
  • che tipo di rapporto si vuole costruire
  • quali sono i passi successivi della startup

Gli strumenti servono.
Sono utili.
In alcuni casi indispensabili.

Ma funzionano solo se sono inseriti in una logica coerente.

L’errore più grande: sommare senza progettare

Se devo individuare un errore ricorrente, è questo:

non si progetta l’operazione nel suo insieme.

Si procede a step.

Un accordo oggi.
Un altro tra qualche mese.
Un altro ancora quando serve liquidità.

Tutto ha senso, nel momento in cui viene fatto.

Ma nel complesso manca una visione unica.

E questo, alla lunga, pesa.

La domanda da farsi prima di tutto

Quando si arriva a strutturare un ingresso di investitori, la tentazione è sempre quella di chiedere:

“Qual è la soluzione più semplice?”

Ma forse la domanda da farsi è un’altra:

“Questa struttura sarà chiara anche per chi entrerà dopo?”

Perché prima o poi qualcuno entrerà.

E non guarderà solo il progetto.
Guarderà come è stato costruito.

Come affrontare davvero queste operazioni

Per esperienza, il modo più efficace di lavorare su questi temi è molto meno tecnico di quanto si pensi.

Si parte da tre cose molto semplici:

  • capire chi sta entrando e cosa si aspetta
  • capire dove vuole arrivare la startup nei prossimi mesi
  • immaginare cosa succederà quando entrerà qualcun altro

Solo dopo si sceglie lo strumento.

Non prima.

In conclusione

Far entrare un investitore non è solo una questione di trovare i soldi.

È una questione di come costruisci la struttura che dovrà reggere nel tempo.

All’inizio tutto sembra semplice.
Ed è giusto che sia così.

Ma proprio in quella fase si prendono decisioni che poi diventano difficili da cambiare.

Una cosa molto pratica

Se c’è una domanda che può aiutarti a evitare molti problemi, è questa:

“Se domani qualcuno guarda questa operazione senza conoscere nulla, la capisce subito?”

Se la risposta è sì, sei sulla strada giusta.

Se la risposta è no, probabilmente vale la pena fermarsi un attimo e rivedere qualcosa.

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